I fantasmi del passato, anche quelli più innocui, ritornano e purtroppo con brutti dischi, negli scaffali dei negozi specializzati, mentre la loro giusta collocazione sarebbe altrove, nei supermercati o negli autogrill, e lì bisognerebbe lasciarli, dimenticando di averli visti.
Philly Style è il manifesto della “fusion” che si suonava a cavallo tra gli anni '70 e '80 da jazzisti e non, in un periodo di transizione e di fuoriuscita dai circuiti tradizionali del jazz, alla ricerca di un ritorno anche commerciale che permettesse di sopravvivere, di solo jazz si campa ma non ci si arricchisce ed è cosa nota, ma non fu solo quello che diede alla luce il nuovo suono, molti avevano anche il piacere di suonare più “leggero”, Brecker, Cobham, Stern per citarne alcuni erano dei fuoriclasse, anche suonando una fresca commistione di generi, rock ed influenze latine che venivano amalgamate con gran maestria, ma non era il caso di Lorber, che però fu uno dei primi…
Ma oggi siamo nel 2003 ed Lorber non suona jazz e tantomeno muore di fame.
Lui è uno con un grasso conto in banca, perché in quel periodo i suoi dischi vendevano molto bene (in America) e parecchie colonne sonore di film non indimenticabili portavano la sua firma, fu scafato al punto giusto e nel momento giusto nel saper sfruttare la moda di quei tempi, con gran soddisfazione sua e delle case discografiche, fu per l’appunto uno dei primi ad arrivare alla festa…
Ma ora il tastierista-allievo di Chick Corea, maestro che Lorber mai è riuscito a superare e ci mancherebbe, riappare con un disco inutile, fotocopia precisa di altri suoi precedenti pessimi lavori degli anni novanta. Ora che la “fusion” nella terminologia comune è scomparsa, il tastierista si fa alfiere dello smooth-jazz, come viene chiamato oltreoceano, proponendo una alchimia di suoni stantia e decrepita, dilettandosi a suonare come vent’anni fa temi semplici quanto banali, sfondi sonori adatti agli ascensori ed ai megastores, non certo vendibili come novità (a prezzo pieno!!!) perché non si vende l’aria fritta, peggior cosa poi è comprarla…
Si consideri inoltre che Lorber NON va sicuramente annoverato tra le figure che hanno segnato la storia della musica americana, nemmeno nei momenti più alti della sua fortunata carriera, le sue composizioni (?) NON saranno mai motivo di studio ai seminari di musica, perché sono ben altri i giganti della fusion, ricordate gli Elements di Egan/Gottlieb o gli intellettuali Steps Ahead?
Lorber ed i suoi dischi sono materiale di livello basso, pari al ginocchio di un grillo, adatto per chi non vuole pensare, per chi preferisce sentire piuttosto che ascoltare, per chi viaggia in automobile e non si aspetta niente di particolare, dal lettore cd…
Alla Narada, settore Jazz un appunto: piano con le parole, c’è chi si rivolta nella tomba a sentire certe cose, chi il jazz e la fusion li ha suonati veramente!