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John Phillips, chi era costui?
Il nome suona familiare, e infatti si tratta della mente, nonché leader dei Mamas and Papas, proprio quelli di California Dreamin’ (composta proprio da Phillips, ecco dove avevamo già visto scritto questo nome!).
In realtà di questo personaggio si erano un po’ perse le tracce dopo gli anni sessanta. C’era stato sì un bel disco (L.A. Wolfman) all’inizio degli anni settanta, ma poi di lui non si era più saputo nulla.
Nel 2001 il ritorno: in contemporanea alla notizia della sua dipartita arrivavano due dischi postumi, uno, intitolato 66 (i suoi anni) inciso in studio poco prima di morire, con brani nuovi e nuovi arrangiamenti di vecchio materiale, ed uno inciso in origine a metà anni settanta e andato perduto tra un trasloco e l’altro.
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L’etichetta è quella dei vecchi dischi di Bruce Cockburn, il titolo del disco è lo stesso di un vecchio prodotto firmato Jefferson Airplane, il suono è quello giusto in ogni caso. Blackie And The Rodeo Kings sono un gruppo nato in origine per suonare insieme a Willie P. Bennett, ma ora sono una gran bella realtà autonoma, per quanto mi riguarda anche meglio dello stesso Bennett. Nella fattispecie si tratta di tre chitarristi: Stephen Fearing, Tom Wilson e Colin Linden (quest’ultimo già alla corte di Cockburn).
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Robert Randolph, il nuovo dio della chitarra, nella fattispecie la pedal steel suonata come se ci fosse seduto dietro Jimi Hendrix, era atteso con impazienza al debutto in studio. Dal vivo si sapeva già la sua grandezza tramite l’ottimo disco dal vivo e le varie partecipazioni a festival un po’ ovunque in America. Ma cosa avrebbe proposto tra le anguste mura di uno studio? Le collaborazioni con Blind Boys Of Alabama e Dirty Dozen Brass Band facevano sperare bene.
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Il nome probabilmente non vi dice nulla, ma il suo disco (il secondo e fino ad oggi ultimo) è di una potenza straordinaria. Questa cantautrice originaria di Boston, dal cognome italiano e dal volto scurissimo contornato da dreadlocks avrebbe meritato miglior sorte discografica. Non per nulla era stata scoperta e tenuta sotto la propria ala protettiva proprio da un grande assoluto come Steve Earle. Il primo disco era stato autoprodotto e nella sua grezzezza dimostrava già il potenziale della ragazza, dotata di voce personale e moderna nonché di una notevole attitudine a suonare la chitarra (le parti soliste sono tutte sue!)
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Non so se sia giusto definirla first-lady della musica Americana, ma a me sembra che più di altre Emmylou Harris meriti questo appellativo, vuoi per la continua crescita artistica, vuoi per gli anni di attività, vuoi per la schiera di collaborazioni che può vantare. Se ne parla molto in questi ultimi tempi per l’uscita del suo nuovo disco, ma molti non si sono accorti della sua opera precedente, questo Red Dirt Girl che è uno dei suoi album più belli, degno seguito di quello degli anni novanta prodotto da Lanosi, questo disco che vede alla consolle Malcolm Burn ed in studio gente del calibro di Ethan Johns, Daryl Johnson, Buddy Miller, le sorelle McGarrigle, Dave Matthews e Bruce Springsteen.
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Se non credete che questi cinque giovanotti vengano
proprio da Dublino date un’occhiata ai ringraziamenti nel booklet, sarà l’unica
traccia di Irlanda che potrete trovare nel loro disco. E per farlo dovrete
cavarvi gli occhi perché la grafica del libretto è la cosa peggiore del prodotto
in questione. Per la verità la copertina, intesa come davanti del libretto va
ancora bene: una foto di cinque giovanotti su una spiaggia californiana in
compagnia di due graziose sbarbe che ricorda i Flying Burrito Bros, che nel
disco d’esordio erano ritratti anch’essi con ragazze al seguito.
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Aloha from Hawaii, come recitava un famoso live
tratto da uno show televisivo trasmesso in mondovisione che aveva come
protagonista Elvis Presley nel 1973. Se non avete ancora scoperto Israel
Kamakawiwo’Ole, IZ come lo chiamavano affettuosamente gli abitanti delle sue
isole, dopo la recensione apparsa in questo sito ad opera di mr. Boni, vi
parlerò oggi di questo postumo disco live del gigantesco cantante hawaiiano
giunto alla notorietà (si fa per dire) grazie alla colonna sonora di un film
interpretato da Brad Pitt.
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Quando le orecchie hanno bisogno di qualcosa di nuovo, quando non avete voglia di ascoltare un disco dei vostri amati beniamini, quando cercate qualcosa che vada bene in qualunque momento, un disco come quello di Jesse Sykes può sempre tornare utile.Musica rilassata, ma non sonnacchiosa, chitarre belle, con tanto di tremolo, canzoni avvolgenti come la voce della loro interprete.
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(Dark Angel 2002)
Tom Russell è uno di quei cantautori modesti, non nel senso del valore, bensì del carattere. Le sue canzoni sono un must assoluto, i suoi partner in sede di composizione sono più titolati dei pari d’inghilterra (zum Beispiel: Dave Alvin, Ian Tyson, Bob Neuwirth, Peter Case...), le sue canzoni sono sulla bocca di interpreti di grido, su tutti Nanci Griffith.
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(Bear Family 1994)
Per la verità il disco non è più in catalogo per la Bear Family, etichetta germanica che pare abbia fatto qualche soldino alle spalle di questo ricciuto cantautore le cui origini discografiche si perdono nei lontani anni settanta. Ora il disco è pubblicato dall’etichetta personale di Talley, ma siccome la copia che ho in mano è quella edita a suo tempo dalla Bear Family...
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