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Secondo cd del dj spaccafinestre.
Seconda lezione per i neofiti del play-two, tecnica ancora pionieristica del far musica,
con spiegazioni accurate ed invito a “creare” in proprio nuovi ibridi rivolto ai dj professionisti ma anche ai semplici sperimentatori “casalinghi”.
Il secondo disco della serie Universi Paralleli, forse leggermente più impegnativo del primo (imperdibile), è comunque un oggetto degno di nota, insieme all’oramai introvabile ep di Da Mista (enigmatico dj semisconosciuto ai più), sia per i contenuti stessi del disco sia per l’originalità del progetto (vedi recensioni precedenti).
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No techno, no party!
Slogan a parte, sulle piste delle discoteche più frequentate, sono ancora la techno e l'house a farla da padrone ed è giusto così, se chi balla si trova bene con determinati suoni e ritmi...
Pur trattandosi per la maggior parte delle volte di suoni generati da macchinari altamente tecnologici, immensamente distanti dal pentagramma e dall'uso di strumenti, o dall'uso spregiudicato di dischi "tagliati, cuciti e riassemblati, seppur con innegabile maestria, il risultato talvolta è decisamente di qualità ed in qualche modo anche orginale, soprattutto se a far girare dischi ci sono i dj giusti, veri e propri guru della consolle, esperti trascinatori di folle e(c)stasiate dai set proposti.
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Il fenomeno Da Mista comincia ad interessare gli scambisti, ovvero gli appassionati di musica che dell’arte del baratto ne hanno fatto un credo, i musicofili che si scambiano tra loro i diversi tipi di supporto, vinili, cd, dvd ed anche le oramai obsolete cassette; per intenderci, sono quelli che non ne possono fare a meno ed abbisognano di costanti, quotidiane iniezioni di musica…
Sono anche quelli che perlustrano i siti musicali peer-to-peer (gli scambisti, per l’appunto), spaccandosi gli occhi incollati davanti al monitor del pc, passando notti insonni alla ricerca di tracce sconosciute o irreperibili, è proprio in rete che il fenomeno Da Mista ha cominciato a farsi notare…
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Chi ha rubato il cielo?
Sembrerebbe una domanda da londinese in una tipica giornata di nebbia oppure da cittadino di New York, stretto tra gli immensi, altissimi grattacieli della City e invece è il titolo del nuovo, originale album di Sainkho Namtchylak.
Proveniente dalla Repubblica di Tuva, territorio vicino alla Mongolia, Sainko ha portato oltre confine, dalla lontana Siberia del Sud alla ben più mite Europa, il canto di gola del suo paese, abilmente miscelato tra tradizione e “tribalismo” tuvano, cantando in diverse lingue, il tuvano lingua locale, il russo e l’inglese, e considerando che il primo idioma non risulta conosciuto all’orecchio europeo, che anzi lo percepisce abbastanza ostico, il merito di questa eclettica cantante non è cosa da poco…
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I fantasmi del passato, anche quelli più innocui, ritornano e purtroppo con brutti dischi, negli scaffali dei negozi specializzati, mentre la loro giusta collocazione sarebbe altrove, nei supermercati o negli autogrill, e lì bisognerebbe lasciarli, dimenticando di averli visti.
Philly Style è il manifesto della “fusion” che si suonava a cavallo tra gli anni '70 e '80 da jazzisti e non, in un periodo di transizione e di fuoriuscita dai circuiti tradizionali del jazz, alla ricerca di un ritorno anche commerciale che permettesse di sopravvivere, di solo jazz si campa ma non ci si arricchisce ed è cosa nota, ma non fu solo quello che diede alla luce il nuovo suono, molti avevano anche il piacere di suonare più “leggero”, Brecker, Cobham, Stern per citarne alcuni erano dei fuoriclasse, anche suonando una fresca commistione di generi, rock ed influenze latine che venivano amalgamate con gran maestria, ma non era il caso di Lorber, che però fu uno dei primi…
Ma oggi siamo nel 2003 ed Lorber non suona jazz e tantomeno muore di fame.
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L’altera signora del jazz ha dato alla luce una nuova creatura.
Considerata tra tutte la più versatile, dotata di uno stile canoro particolare e di capacità interpretative di elevato livello, è sicuramente e comunque una grande cantante.
Glamoured, termine gaelico che significa lasciarsi trasportare, vista la scelta dei brani e latmosfera dell’album, è un titolo quantomai azzeccato.
Dopo l’ultimo disco uscito l’anno scorso e da cinque anni a questa parte, la Wilson continua la rilettura di canzoni più o meno famose, pescando a piene mani dal catalogo americano del 1900, da Muddy Waters a Sting, passando dalle parti di Willie Nelson e Bob Dylan, omaggiando a buona ragione una grande del jazz, Abbey Lincoln.
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Esce in questi giorni il nuovo disco degli Unforscene, a due anni di distanza dal loro album di debutto, peraltro degno di attenta nota, dal titolo Pacific Heights… .
Il nuovo lavoro del misterioso duo (non vi dirò i loro nomi, per aumentare così l’alone di mistero che li circonda) dal titolo chiaro e rappresentativo, si rivela, per l’ennesima volta, un prodotto di ottima qualità, fuori dagli schemi dettati dalla moda imperante del “nu”, presentando all’attento fruitore una miscela cinematica di suoni e colori musicali, assaporata già largamente nel primo disco di esordio, qui la formula si ripete, con esiti nuovamente interessanti.
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Una voce fuori dal coro.
E’ in questa posizione che mi colloco idealmente, dopo aver passato l’ascolto (completo) del nuovo disco della squinzia di Tricky, dal titolo donchisciottesco (vedi Don Quixote), Quixotic .
Perché dico questo? Semplice, non ho letto ne trovato alcun detrattore della tipa in questione, chi l’ha recensita o anche solo ascoltata non si esime dallo sciorinare complimenti e sguaiati apprezzamenti per questo “straordinario parto artistico”, per il “perfetto nu-collage”, per l’ibrida e sinuosa black lady di Bristol, ecc. ecc.
Non mi è restato altro che provare sulla mia pelle questa “imperdibile” esperienza, ascoltando appunto il suo lavoro, frutto di diversi anni di lavoro, addirittura 5 leggo su una rivista specializzata, le sembrava sempre che mancasse qualcosa…
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“Questo è un gran disco, ascoltatelo!”
Con questa premessa mi è stato consegnato il dischetto di Nicholas Payton, io un po’ scettico ho ribattuto “non sarà come quello di Roy Hargrove, spero”, ma la risposta è stata fermamente negativa e a buona ragione In effetti, la Sonic Trance elaborata dal giovane trombettista di Detroit non ha nulla a che vedere con il progetto di Hargrove, anch’egli trombettista, non ci sono sbilanciamenti funky o hip hop o concessioni al soul patinato e al pop, interpretati dalla solita pletora di ospiti illustri che fan sì che che il disco venda bene, niente di tutto ciò…
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Ci sono dischi difficilissimi da reperire, come pepite d’oro che giaciono nascoste nel pietrisco senza valore del letto di un fiume nordamericano o come smeraldi incastonati nella roccia di grotte colombiane, ma quando si raggiungono questi tesori tanto agoniati, la gioia e la soddisfazione di instancabile cercatore è tale da far dimenticare gli sforzi e l’impegno economico occorsi per il raggiungimento dello scopo, finalmente giunti alla meta, il momento è topico!
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